Il garante dei diritti che non c’è / Francesca Vianello

Il garante dei diritti che non c’è / Francesca Vianello

Seconda, Prima

Mentre a livello nazionale è stata finalmente istituita e sta cominciando a lavorare la figura del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, il Comune di Padova continua da anni a disdegnare l’invito a formalizzare la corrispondente figura locale, ormai presente da tempo in quasi tutti gli altri capoluoghi veneti (dal 2010 a Vicenza, a Verona e a Rovigo, dal 2013 a Venezia, dal 2014 a Belluno).

Alcuni anni or sono, negli anni di governo del PD, di fronte ad uno sparuto Consiglio comunale e ad un sindaco annoiato, un cartello di realtà e di associazioni molto diverse tra loro – per finalità, professionalità e modalità di lavoro – non è riuscito, nonostante l’impegno, a portare il tema all’attenzione della città.

L’esperimento di concertazione – che nel 2011 ha portato all’audizione congiunta di realtà quali la Camera penale di Padova, i Giuristi democratici, l’Associazione Antigone, Ristretti Orizzonti, Acli, Beati i Costruttori di Pace, CGIL Padova e CGIL Funzione pubblica Padova – rimasto deluso, ha respinto i referenti delle singole realtà verso le proprie specifiche attività e i propri principali interessi, lasciando ancora una volta i detenuti ristretti negli Istituti di Padova sprovvisti di una necessaria figura di garanzia e di trasparenza.

 

Il successivo governo cittadino ha chiuso anche i pochi canali di comunicazione che ancora rimanevano tra le realtà impegnate sul carcere e alcuni singoli consiglieri particolarmente sensibili: il tema politicamente non paga, il tema è controproducente, il tema è utile solo ad essere strumentalizzato ai fini di alimentare l’insicurezza. E, si consideri il paradosso, paiono essere soprattutto quelle amministrazioni che maggiormente si dichiarano attente al tema della legalità, a respingere le richieste al mittente, a non concedere spazio, a rifiutare il confronto.

Intanto 800 persone sopravvivono sul territorio cittadino, fantasmi residenti in quel di Padova e rinchiusi nelle locali Case circondariale e di reclusione, laddove dovrebbero starcene – per legge – al massimo 600.

Con buona pace delle leggi cosiddette “svuotacarceri” e degli allarmi ad esse legati, continuano a registrarsi, all’interno degli istituti ancora sovraffollati, sistematiche e quotidiane violazioni dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale: carenza di spazi e servizi, risorse inadeguate per la tutela della salute, limitazioni ingiustificabili nell’accesso all’istruzione, alla formazione e al lavoro.

Spesso non si tratta di cattiva volontà degli operatori a cui queste persone si trovano affidate: a volte, in condizione di restrizione della libertà, è sufficiente l’indifferenza per produrre situazioni irrecuperabili di malasanità e disperazione. Né si tratta, di solito, di mancanza di professionalità o di umanità – anche se lavorare continuamente sotto pressione, in ambienti inadeguati, con doppi e tripli turni, mette a dura prova qualunque operatore. Si tratta soprattutto del rifiuto del carcere ad aprirsi al monitoraggio esterno, a connettersi con gli standard normativi della società libera, a prendere sul serio la propria funzione di rieducazione alla legalità. Come si può pensare che prenda seriamente i diritti degli altri chi si vede istituzionalmente e sistematicamente negare i propri diritti fondamentali?

Dal 2011 ad oggi, inoltre, qualcosa è cambiato. I luoghi di privazione della libertà sul territorio si sono diversificati e moltiplicati, incrementando nuove forme di restrizione della libertà personale che sommano ad un controllo costante dei movimenti l’impedimento all’azione e a qualunque progettualità esistenziale. A qualche mese dalla chiusura di quello che per un anno è stato un luogo di isolamento e di negazione dei diritti nel pieno centro della città, l’ex caserma Prandina, non si può che guardare con sollievo ai tanti amministratori del territorio che stanno denunciando la politica fallimentare della concentrazione dei migranti. Allo stesso tempo, però, rimane l’urgenza di garantire, anche nelle sedi dell’accoglienza diffusa (poco meno di 2000 i posti offerti dalle diverse cooperative e associazioni che hanno risposto all’ultimo bando della Prefettura) – e a maggior ragione nella speranza che essa diventi il modello prevalente – visite di garanzia atte a promuovere un’accoglienza realmente inclusiva, dignitosa e trasparente nella sua gestione.

La figura del garante dei diritti delle persone private della libertà personale può farsi carico, così come già avviene a livello nazionale, anche di questa nuova realtà, ovvero del monitoraggio del soddisfacimento dei bisogni materiali, delle necessità mediche e sanitarie, dell’accesso all’informazione giuridica e alla formazione linguistica di persone comunque limitate nella propria libertà di movimento, nella misura in cui sono soggette ad una procedura che non consente loro di allontanarsi dal territorio.

 

Anche se fatica enormemente a trovare sponde politiche e canali di comunicazione, esiste una parte della città sensibile ai temi della tutela dei diritti di tutti, della costruzione di un’accoglienza adeguata dell’immigrazione, della riattivazione delle risorse sociali del territorio, di una comunicazione pubblica improntata all’analisi dei fenomeni sociali e alla trasparenza della loro gestione. Una simile sensibilità, se adeguatamente canalizzata e dotata di opportuni strumenti, può costituire un antidoto alle più recenti derive xenofobe e giustizialiste e promuovere la costruzione di una città aperta, solidale e multiculturale.

Non è detto che sia vero, come spesso viene sostenuto, che la politica dell’accoglienza appartiene alla città immaginata dai ceti più abbienti, dai cosiddetti intellettuali e da chi si trova al riparo di una posizione più agiata.

Magari siamo di fronte all’ennesimo pregiudizio: la fitta rete del volontariato del carcere e non solo, le pratiche diffuse di accoglienza di chi si confronta sul territorio con i migranti (Lampedusa insegna) e più in generale con le marginalità, l’esteso numero dei lavoratori del sociale consapevoli dei disastri prodotti dalle politiche emergenziali (in primis sui migranti, ma anche sulle proprie condizioni di lavoro) non possono che costituire un bacino importante di riconoscimento per un progetto politico che decidesse finalmente di cambiare rotta. L’istituzione del garante comunale dei diritti delle persone detenute o limitate nella libertà personale rappresenterebbe sicuramente un primo passo nella giusta direzione.

 

 

 

 

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